Noi la crisi non la paghiamo. E’ lo slogan che ha caratterizzato le mobilitazioni degli studenti di tutta Italia, è stato lo slogan centrale della straordinaria manifestazione nazionale del 14 Novembre, è lo slogan che ha aperto l’Assemblea de La Sapienza e che ha fatto da filo conduttore dei tre workshop su didattica, diritto allo studio e ricerca. Perchè la crisi dell’Alitalia non può ricadere sugli studenti, perchè la crisi bancaria non può ricadere sul mezzogiorno. Perchè la crisi del privato non può essere risolta tagliando sul pubblico. Non possiamo e non vogliamo più accettare che nel nostro Paese il diritto allo studio sia ancora un privilegio, non vogliamo più accettare che le responsabilità degli interessi baronali ricadano sugli studenti. Non possiamo e non vogliamo accettare una ennesima riforma, per lo più in senso fortemente privatistico, che porti gli studenti a pagarne le conseguenze, senza riconoscere che i motivi del malfunzionamento del sistema universitario trovano le loro radici proprio nelle sale di chi governa sia il Paese che i nostri Atenei. Noi la crisi non la paghiamo e questa volta la riforma la formuliamo noi. Un autoriforma dal basso, di chi conosce l’Università e troppo spesso la subisce, di chi troppo spesso si vede negato il diritto allo studio, di chi crede che il sistema universitario pubblico può e deve funzionare, ma solo se si riconosce la centralità dello studente e della formazione di qualità come punto nevralgico del sistema.
DIDATTICA
La crisi del 3+2 è agli occhi di tutti, lo è ora come lo era prima dell’ennesima riforma dell’ordinamento didattico inaugurata dalla Moratti e applicata da Mussi. La maggioranza degli studenti al termine del percorso triennale sceglie di proseguire iscrivendosi alla laurea specialistica, soprattutto a causa dell’inefficacia dei titoli di laurea triennale che non consentono l’accesso al mondo del lavoro, sia perché esso non ha recepito l’esistenza di questa diversa articolazione del percorso formativo, sia perché i programmi di studio delle lauree triennali non sono stati progettati nell’ottica di affiancare qualità della didattica e riduzione del tempo di laurea, bensì nella maggior parte dei casi comprimendo in maniera piuttosto raffazzonata i vecchi percorsi di laurea quadriennali o quinquennali dequalificando l’intero impianto. L’esistenza di tre ordinamenti didattici sta per gettare nel caos gli Atenei che, per evitare una gestione troppo onerosa e confusionaria, hanno eliminato i servizi degli studenti del Vecchio Ordinamento, l’ordinamento antecedente al 3+2, con inevitabili problemi e mancanze ai danni di una fetta della popolazione studentesca che si è trovata dall’oggi al domani a non essere più considerata. Analoghi problemi sta portando e porterà l’applicazione del DM 270/04, ennesimo provvedimento insensato portato avanti dall’ex Ministro Mussi che, invece che correggere gli errori del 3+2 ha avviato una ennesima riforma dell’ordinamento che non ha avuto affatto il risultato di risolvere la crisi didattica generata dal DM 509/99 (il 3+2).
Il sistema del credito è servito più a misurare il potere dei baroni invece di considerare la qualità e la quantità della didattica dei corsi di studio. Ad oggi il credito cela un sovraccarico di studio ed una compressione di materie che porta l’apprendimento a diventare nozionistico, accelerato, meno approfondito, meno partecipato e fatto proprio dagli studenti, acritico ed, inevitabilmente, dimenticato al termine della prova di esame. Vogliamo una reale riduzione del numero degli esami per i corsi di laurea triennale e magistrale, non accettiamo le “modularizzazioni” fatte dai docenti per dividere le cattedre mantenendo gli equilibri baronali, aumentando così, di fatto, le prove di esame e riducendo inevitabilmente l’apprendimento. Vogliamo la possibilità di scegliere con una maggiore autonomia i corsi di studio da frequentare per caratterizzare il nostro percorso formativo, per questo vogliamo che l’ultimo anno della triennale ci dia la possibilità di scegliere integralmente quali corsi di studio frequentare per adattare la nostra formazione al nostro futuro, che sia lavorativo o di prosecuzione degli studi con un particolare indirizzo. Vogliamo l’abolizione dei debiti formativi nei passaggi da triennale a magistrale di classi di laurea affini, perchè non ci siano ulteriori ostacoli nella mobilità studentesca.
Il finanziamento a pioggia degli Atenei sicuramente è un problema che grava sulle spalle dello Stato nel momento in cui gli sprechi delle Università sono a danno della popolazione studentesca. E’ diventata ormai insostenibile la mancanza di un sistema di valutazione che consideri la qualità della didattica che attraverso l’utilizzo di strumenti di valutazione efficaci, come i questionari di valutazione redatti dagli studenti e i risultati che la ricerca fatta negli Atenei ha sullo sviluppo del Paese, e che incida sulla distribuzione dei fondi per premiare di fatto il merito in regimi di trasparenza. Vogliamo che la qualità venga valutata e vogliamo discutere di come queste valutazioni vengano fatte. Ma la qualità e gli sprechi sono anche il risultato di negligenza e trascuratezza locali. Non possiamo più accettare che i docenti prendano lo stipendio per un lavoro di didattica che non viene fatto, perchè troppo spesso preferiscono lavorare a collaborazioni esterne la cui remunerazione si somma al loro stipendio da docente, lasciando l’attività didattica a carico di ricercatori e dottorandi che tolgono il loro tempo alla ricerca. Tutto questo gioco va solo a favore dei docenti ai quali della formazione interessa solo la parte remunerativa, e va invece a danno degli studenti che non hanno un docente qualificato per il loro apprendimento non vedendo, peraltro, rispettati gli orari di ricevimento, e va a danno della ricerca per la necessità di ricercatori e dottorandi di coprire questi “buchi didattici”. Vogliamo che i questionari di valutazione vengano considerati e che abbiano un valore penalizzante per questi docenti, che siano baroni o meno. Vogliamo che queste valutazioni incidano anche nei concorsi di reclutamento dei docenti, perchè è inaccettabile che la trasparenza non sia la prerogativa della costituzione del corpo docente.
La governance degli Atenei è attualmente una consolidata forma di lobby che tutela gli interessi dei baroni prima che degli studenti. E’ necessaria una revisione della struttura governativa di un Ateneo prevedendo forme paritetiche tra studenti, docenti e PTA negli organi maggiori, come Senati Accademici e Consigli di Amministrazione paritetici. E’ necessaria anche la regolamentazione di pareri vincolanti dei Consigli degli Studenti nell’affrontare questioni di bilancio come di revisione dell’offerta formativa. E’ necessario che anche nelle Facoltà si prevedano forme di discussione paritetica all’interno dei tutte le commissioni dei Consigli di Facoltà. Se da un lato questo permette di avere riunioni in cui si può trovare una sintesi visti gli organi non numerosi come le commissioni dei CdF e gli organi maggiori, dall’altro lato si ha l’obbligo di una profonda discussione dei baroni con la componente studentesca tanto quanto con il PTA.
DIRITTO ALLO STUDIO
Il Diritto allo Studio è sempre più un privilegio per pochi. Ogni anno vediamo il proliferare di corsi a numero chiuso, il diminuire di borse di studio, il peggiorare dello stato degli studentati, l’aumentare dei costi della vita universitaria tra tasse, libri, affitti (troppo spesso in nero). La crisi fa vedere i suoi “frutti” anche e soprattutto nel campo del diritto allo studio, considerato evidentemente come un onere per chi ci governa, piuttosto che un investimento per il futuro. Non possiamo più accettare che i soldi che dovrebbero essere destinati in favore delle borse di studio pubbliche vengono invece destinate ai prestiti d’onore per far diventare gli studenti di oggi i debitori verso le banche di domani. L’art. 16 della L. 390/91 è una lesione del diritto allo studio nel momento in cui i prestiti d’onore vanno a sostituire le borse di studio che dovrebbero essere invece garantite dallo Stato e dalle Regioni.
Diritto allo Studio, a differenza di quanto pensino Governo ed enti locali, è anche diritto alla casa. Gli alloggi per gli studenti in Italia sono ancora assolutamente insufficienti a garantire la mobilità studentesca, e questo comporta che gli studenti devono affidarsi al mercato degli affitti, troppo spesso risolvendosi in contratti totalmente o parzialmente in nero, senza quindi garanzie né diritti. Garantire il diritto allo studio significa anche investire in alloggi e residenze universitarie sia per i borsisti che per i fuori sede, offrendo un servizio pubblico, garantito e a prezzi che considerano la permanenza dello studente nella città universitaria come una risorsa da preservare e tutelare. Vogliamo investimenti considerevoli in alloggi e residenze universitarie, tali da ristrutturare gli studentati che oggi vivono in condizioni al limite della decenza in termini igienico-sanitari e da aumentare i posti letto per ridurre il ricorrere al mercato privato degli affitti, troppo spesso trappola speculativa.
E’ necessario gettare le basi per un nuovo sistema di diritto allo studio, che partendo dal raggiungimento di una “platform” che livelli le situazioni di disagio garantendo delle basi uguali per tutti, si ponga l’obiettivo di garantire l’autonomia a tutte le studentesse e gli studenti tramite un sistema di reddito di formazione e di servizi pubblici di mensa, alloggio ed agevolazioni nei servizi pubblici erogati dagli enti locali. Nel garantire l’autonomia degli studenti dalla propria famiglia e l’effettività del diritto allo studio, grande importanza dovrà essere data all’erogazione di servizi pubblici agli studenti, in contrapposizione alle logiche di un mercato liberistico in cui chi è più benestante ha maggiori possibilità di accedere all’università e a tutto ciò che contribuisce alla nostra formazione culturale, poiché siamo convinti che l’università non debba essere intesa solo come un luogo dove apprendere nozioni bensì come un passaggio fondamentale all’interno di una crescita culturale e dello sviluppo di un sapere critico. Per questo riteniamo che il diritto allo studio debba sempre essere erogato attraverso un pacchetto integrato di componente monetaria e servizi, quali mense, biblioteche, agevolazioni sui costi dei trasporti, ma anche attraverso la possibilità di accedere a costi contenuti alle varie forme di produzione culturale quali mostre, teatri, musei, cinema, concerti.
Il numero chiuso è un altro strumento lesivo del diritto allo studio. E’ impensabile che una valutazione aprioristica incida sul futuro formativo e professionale di una persona. Negli ultimi anni il proliferare di corsi di laurea a numero chiuso ha ridotto le possibilità formative degli studenti. Se da un lato non crediamo che si possano inserire numeri programmati giustificandolo con l’eccessiva numerosità degli studenti rispetto ai docenti, dall’altro non riteniamo che il numero chiuso per le professioni sanitarie sia giustificabile con la mancanza di strutture o di malati. Se la clinica universitaria del paese dimenticato da dio chiude è perchè nessuno studente vuole fare la specializzazione fuori casa o in posti non ambiti, perchè la “mission” di cui si parla nelle facoltà di medicina arriva fin dove cominciano la comodità e l’ambizione. Non ci sono poche strutture, non ci sono pochi malati, c’è solo la volontà di non investire nell’Università e nelle cliniche universitarie, sia in termini di strutture, sia in termini di formazione. La possibilità di scegliere il percorso di studio più affine alle proprie inclinazioni deve essere garantita a tutti, e la valutazione deve essere fatta ex post rispetto ad un percorso formativo, non in maniera aprioristica. Vogliamo l’abrogazione della L. 264/99. Vogliamo investimenti in strutture universitarie per permettere tale abrogazione. Vogliamo che si investa nelle cliniche universitarie e che non si verifichino casi di chiusura di cliniche universitarie per la mancanza di specializzandi, perchè è un insulto a chi è stato negato lo studio della medicina per un test a crocette svoltosi prima di poter apprendere qualcosa.
RICERCA E MONDO DEL LAVORO
Il dottorato di ricerca è il più alto grado dell’istruzione italiana e contemporaneamente l’introduzione all’attività di ricerca. Vanno dunque garantiti adeguati percorsi didattici e il diritto all’autonomia economica. Questo significa in particolare l’immediata soppressione dei dottorati senza borsa e delle tasse di iscrizione. I dottorandi dovrebbero vedere riconosciuti i loro diritti per mezzo di uno statuto nazionale a loro dedicato. Per quanto riguarda le specializzazioni è emersa la necessità di nuove procedure concorsuali trasparenti. Le mansioni affidate agli specializzandi non devono mai oltrepassare le competenze previste dalla legge.
Il reclutamento dei ricercatori deve diventare serio, trasparente e scientificamente valido (criteri di valutazione accreditati dalle prassi valide in tutto il resto del mondo), non si può attendere oltre. Il reclutamento deve avvenire presto. Ad esso devono seguire, a cadenza diversa, valutazioni scientifiche dei docenti e ricercatori. Una valutazione periodica seria dei risultati ottenuti da ciascun ricercatore e professore costituirà lo strumento per percorsi di carriera regolati dal merito a qualunque età.
Inoltre, i ricercatori precari, essenziali al funzionamento di tutti gli atenei ed enti pubblici di ricerca italiani, sono completamente assenti dagli organi decisionali degli stessi. E’ questo un elemento chiave della gerarchizzazione del lavoro di ricerca e didattica.
Come ogni altra categoria nell’università, i ricercatori precari e i dottorandi devono partecipare ai processi decisionali tramite i loro rappresentanti eletti.
Al lavoro di ricerca, perché di lavoro si tratta, devono corrispondere un salario adeguato e i diritti stabiliti dallo statuto dei lavoratori. La moltitudine di tirocini, stage e praticantati tutti rigorosamente non retribuiti non sono più tollerabili, così come la dilagante attività didattica a titolo gratuito. Ogni prestazione deve essere contrattualizzata al più come forma di lavoro subordinato a tempo determinato e in tal caso deve essere garantita la continuità del reddito, diritto fondamentale di cui chiediamo l’estensione a tutti i lavoratori precari. Non solo: commossi dall’attenzione del ministro Gelmini alle condizioni degli edifici scolastici, rivendichiamo ambienti idonei di studio, lavoro e ricerca.
Gli ordini professionali sono tutt’ora una forma corporativistica di organizzare categorie professionali. Tramite questi ordini si tutelano i professionisti che ne fanno parte tramite cartelli di prezzi e di tutele, non alimentando una reale concorrenza. Gli ordini professionali sono diventati ormai anche recipienti di interessi particolari che nulla hanno a che fare con la collettività né tanto meno con la agevolazione dei giovani laureati, tesi alla propria conservazione e al proprio primato all’interno del mercato. Gli ordini professionali costituiscono inoltre un ulteriore incentivo all’esistenza del numero chiuso, poiché è spesso interesse di queste caste corporativistiche la limitazione della concorrenza e quindi la limitazione del numero di persone che possono accedere alla pratica di determinate professioni. E’ necessaria l’abolizione del sistema degli ordini professionali, reminiscenza delle corporazioni fasciste che non trovano simili nel resto d’Europa.
12 DICEMBRE
Riteniamo fondamentale affiancare la nostra battaglia per l’autoriforma dell’Università alle battaglie che i lavoratori in questo autunno stanno portando avanti. La frequenza di manifestazioni e scioperi che si sono susseguiti in poche settimane denunciano uno stato diffuso di insofferenza che attraversa tutto il mondo del lavoro. Non possiamo esimerci dal rapportarci con queste forme di protesta, in un campo, quello lavorativo, che dovrebbe porsi come conseguente a quello formativo. Anche se i Governi stanno scollegando la formazione dal lavoro stabile, con questa forma di lavoro precario che non ci permette un domani di sentirci appieno nel mondo del lavoro, piuttosto nel mondo del precariato, riteniamo fondamentale scendere in piazza per lo sciopero generale di tutte le categorie dei lavoratori per affiancare la nostra battaglia alla loro battaglia, perchè gli studenti di oggi devono essere i lavoratori di domani, perchè se ci tagliano il futuro, dalla formazione al lavoro, noi nelle battaglie tutti insieme lo rivendichiamo.
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